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Cultura & spettacoli
Il piccolo Nicolas e i suoi genitori


Accogliente come il quaderno a righe su cui abbiamo scritto i primi pensierini. Gradevole come quei libri che, quando li sfogli, diventano tridimensionali. Quei libri dalle cui pagine spuntano case, fiori e alberelli. Il piccolo Nicolas e i suoi genitori ha il profumo dell'infanzia perduta. Un'infanzia molto francese. Un'infanzia molto anni '50. Doppiamente età dell'oro, quindi. Sia in senso individuale che nell'illusione, tutta post-bellica, delle progressive sorti dell'umanità. Il film di Laurent Tirard è il sogno di un bimbo avvolto dall'amore e dalla speranza. Girato con garbo e con il giusto ritmo “episodico”, Il piccolo Nicolas è tratto dai racconti a fumetti di René Goscinny (creatore di Lucky Luke e Asterix) e Jean Jacques-Sempé. Il protagonista è un bimbo educato, intelligente e dolce. Nicolas dice di avere una vita così bella che, quando la maestra gli chiede cosa voglia fare da grande, non sa cosa rispondere. Perché, in fondo, vuole restare piccolo.

Che cosa c'è di meglio, infatti, di una mamma che lo adora, di un papà che fa il papà, di una bionda e dolce insegnante, di una schiera di compagni di scuola degni delle simpatiche canaglie? Eppure, un giorno, la più grande delle minacce si profila all'orizzonte: la nascita di un fratellino. Che, come nella storia di Pollicino, porta con sé la paura di essere abbandonati. O anche solo la scocciatura di avere uno che ti ruba la scena, uno che per la mamma potrebbe diventare più importante di te. Insomma, Nicolas si tro
va a fare i conti, a modo suo, con l'unico vero problema dell'infanzia: che prima o poi finisce. Troppo facile citare il Francois Truffaut de Gli anni in tasca, inevitabile paragonare la presentazione dei personaggi a Il favoloso mondo di Amélie e la tenerezza dei bambini a quella degli alunni di Essere e avere. Ma oltre al cinema d'oltralpe, Tirard sembra aver imparato la lezione immaginifica di Tim Burton, che il film ricorda sia per la colonna sonora eterea sia per alcune scene molto stilizzate e surreali, come quella del negozio di fiori. Il piccolo Nicolas, nella sua estrema leggerezza, parla di tante cose. Per esempio ci ricorda che i nostri genitori ce li portiamo nei sogni, nelle proiezioni, nell'immaginario. Che l'egocentrismo infantile non ce lo togliamo mai di dosso. E anzi lo cercheremo ancora da grandi, in tutte le maniere possibili, come l'Eden smarrito. Ma soprattutto mette in luce alcune dinamiche interessanti da analizzare. Il nostro eroe francese non è pestifero come il piccolo Stoppani de Giornalino di Giamburrasca, ma è di certo circondato da amichetti turbolenti a cui ci si affeziona volentieri. Le scene tra bimbi sono le più belle. In queste scene spicca una comicità legata allo specifico infantile: i bambini fanno, traducendo i segni degli adulti con i propri strumenti. Vuoi trovare un gangster (bella la scena davanti alla prigione)? Lo cerchi sull'elenco del telefono. Hai bisogno di soldi? Ti ingegni con una roulette-giocattolo. Del resto, anche l'intuizione dell'arrivo di un fratellino è “dedotta” da segni apparentemente univoci, in realtà assolutamente aperti e ambigui. I bambini imitano i grandi, ne riproducono i comportamenti e ne scoprono i vuoti di senso. Così si fa esperienza, con prove ed errori, e si vede come vanno le cose.

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Bella: True love goes beyond Romance

Il film Bella del messicano Alejandro Monteverde ha il pregio di farci intuire che i bambini sconvolgono sempre e comunque i nostri piani. Quando giungono. Quando non arrivano. E anche quando sbucano dal ciglio della strada senza preavviso, aprendoci ad un vuoto senza speranza. Queste vicende capitate a José, alla madre e alla cameriera Nina intavolano una riflessione complessa e delicata sul senso e sul valore della vita. Il prologo del film dedicato alla spiaggia che ritroveremo nelle sequenze finali, avverte di questa condizione di limite, di non governo con cui l’uomo stenta a fare i conti. «Mia nonna - ricorda José sulla sabbia - diceva sempre: “Se vuoi far ridere Dio, raccontagli i tuoi progetti”». L’opera proseguirà dando prova di come non siano solo i programmi delle persone a “dare alla vita”, ma anche altre forze sotterranee, gratuite e irrinunciabili.

Sussurri che aprono i passaggi
Il protagonista di questa triplice “gestazione” del film è José che tiene insieme le fila di un racconto che si dipana in un’intera giornata a New York, inframmezzata da nitidi flash back (viaggi nel passato) e da ovattati flash forward (viaggi nel futuro) fatti d’immagini, musica e sguardi. Questo tocco di regia che procede per sottrazione, negando l’elemento verbale, è una mossa sapiente che consente allo spettatore di lasciar andare il cuore al di sopra della ragione, immaginando da solo le parole che Nina sussurra in clinica a José o le parole che quest’ultimo pronuncia sull’orecchio del fratello Manny all’inizio di una giornata finalmente migliore. E come se il regista chiedesse allo spettatore di pronunciare personalmente quelle parole. E di desiderarle fino in fondo. Sussurrare a noi stessi di non uccidere la vita che esplode dentro e di amare il fratello che il giorno prima c’ha ferito confessandogli che vogliamo prenderci in affido una bimba “bella”. Il film di Monteverde è fatto di dialoghi, musiche e colori, tutti accesi come i sentimenti che racconta. E gli arnesi della cucina, la conchiglia, il foulard e altri simboli della vita sono a servizio della stessa logica. E così anche un orsetto spelacchiato tra adulti può diventare un messaggio di tregua. “Ha perso i sensi, ma sopravviverà”. Sono le parole che pronuncia José in metropolitana restituendo a Nina l’orsetto, che ha perso per strada. Una sorta di metafora della sofferenza che avvolge in quel momento l’esistenza della giovane donna e che José si offre di accompagnare.

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Kairos il musical

 

ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo:
tempo di nascere e tempo di morire,
tempo di uccidere e tempo di curare,
tempo di demolire e tempo di costruire,
tempo di lutto e tempo di allegria,
tempo di gettare le pietre e tempo di raccoglierle,
tempo di abbracciare e tempo di allontanarsi,
tempo di amare e tempo di odiare.
Ciò che già è stato, è;
ciò che sarà, già da tempo è accaduto.
Dio riporta sempre ciò che è scomparso.

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Il film atteso

Avatar, kolossal «rivoluzionario» riuscito a metà

Dal 15 gennaio in 800 sale la nuova pellicola firmata dal regista di «Titanic» accusata di panteismo. La storia, un po’ new age, non è certo originale, ma il 3D la rende unica.

"Benvenuti a Pandora". È una delle prime battute che si ascoltano nel sorprendente Avatar diretto da James Cameron, regista di fortunati kolossal, a cominciare da Titanic che nel 1997 superò la barriera del suono negli incassi: con 1.842.879.955 dollari è il film più ricco della storia del cinema..

Non si pensi, comunque, davanti al vocabolo, alla figura della mitologia greca che, dal suo vaso fatale, estraeva e distribuiva doni agli umani, che poi si volgevano in sventure. Così si chiama una luna che gira intorno a un sole in una lontanissima galassia. Vi arriva, dopo anni di incubazione, Jake Sully (il simpatico Sam Worthington), un ex marine costretto a vivere su una sedia a rotelle. Il giovane vi incontra i componenti di una base terrestre ben fortificata che, guidati da un superbo comandante, il colonnello Miles (Steppen Lang), e dalla dottoressa Grace (Sigourney Weaver), molto sensibile alle sorti degli abitanti di Pandora chiamati na’vi, sono incaricati da una multinazionale di raccogliere pietre che dovranno servire a risolvere i problemi energetici del nostro pianeta.

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Mercoledì 08 Settembre 2010
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