Dal libro «La vita e altri giochi di squadra», che raccoglie 158 articoli di Candido Cannavò, pubblichiamo «Che bella idea. Cacciati i genitori fanatici» scritto per la rubrica «Fatemi capire» del 20 gennaio 2007.
Cari genitori, quasi tutti abbiamo avuto un giorno il piacere di accostare un nostro figlio allo sport. Conservo una vecchia foto in cui Alessandro, mio primogenito, a sei anni è impegnato in una gara di salto in lungo. Io, cultore e praticante di atletica, sono ai bordi della pedana e sembra voglia sollevarlo con lo sguardo. E’ una fortuna, ma anche un momento di pericolo. Lo sport per i bambini è una meravigliosa fonte di interesse e divertimento. I genitori possono trasformarlo in un incubo, provocando danni talvolta irreversibili. Ieri su «Repubblica» ho letto una storia che può apparire stravagante, ma è perfettamente inquadrata nella realtà. Una società toscana che insegna il calcio ai bambini ha deciso di cacciare i genitori al momento della partita e di chiuderli in una palestra a prendere lezione di educazione sportiva. La motivazione è chiara: «Non se ne poteva più di quei fanatici che creavano una pressione spaventosa sui figli». Mando un abbraccio a chi ha provveduto a questa opera sportivamente igienica, ma gli faccio anche un rimprovero: è sbagliato riaccogliere pietosamente quei signori nel secondo tempo. Proporrei anzi una decisione per tutti i centri giovanili d’ Italia: «ingresso assolutamente vietato ai genitori». Sarebbe davvero l’ alba di un progresso culturale. Ricordo tanti anni fa un ragazzino che giocava un tennis fantasioso, vario, pieno di imprevedibili guizzi di intelligenza che lo portavano a tentare colpi difficili e, quindi, spesso anche a sbagliarli. Ti dava proprio il senso – per me sacro – del divertimento. Ma il padre, che era medico, stava attaccato alla rete e lo massacrava a ogni punto perduto. E’ finita che quel bambino felice con la racchetta in mano ha odiato il tennis per sfuggire all’ incubo del padre. Non l’ ho più visto. Ci sono casi drammatici nel calcio. Eccone uno. Il padre, un commerciante veneto, dice: «Abbiamo un Baggio in casa». si illude, naturalmente, ma schiaccia il bambino sotto il suo sogno di genitore frustrato. Dopo qualche anno il ragazzo, deluso e ossessionato, cade nel vortice della droga. l’ Italia vanta un poderoso esercito di mamme e di papà che si sacrificano per far praticare lo sport ai figli, ma li opprimono con fanatismo e incultura, creando tensione là dove ci dovrebbe essere divertimento arricchito da libera fantasia, beni vitali per i bambini. Peggio dei genitori sono certi allenatori. Non ricordo dove, chiesi a un frugoletto calciatore: «Ti piace giocare all’ attacco o in difesa? Mi rispose: «Copro la fascia sinistra». Avrà avuto sette anni. Fatemi conoscere quell’ allenatore: lo sbrano.
Candido Cannavò
Fatevi la borsa, non aspettate la mamma
Massimo Oddo (Milan) e l’importanza della famiglia: “Mio padre non si intrometteva”.
“La prima impronta la dà la famiglia, è poi l’ambiente in cui ti trovi che continua o meno l’opera.Grazie ai miei sono venuto su anche ordinato, quando me ne tornavo a casa dopo l’allenamento dovevo sempre tirar fuori la roba sporca dalla borsa, se magari c’erano fango e sassetti dovevo anche metterla dentro una bacinella piena di acqua in modo che la lavatrice non avesse poi dei problemi, che si potesse anche rompere. Era mia madre sì che caricava la lavatrice, ma insomma pure io dovevo fare la mia parte, altrimenti mi faceva anche saltare l’allenamento. Lo stesso con la borsa, me la preparavo da me e quanti ne vedevo di compagni che si lamentavano in spogliatoio perché scoprivano che mancava qualcosa – ma perché non ve la preparate voi? – quante volte glielo chiedevo. Certo, anch’io da ragazzetto sognavo la serie A, la Nazionale, chi non lo fa a quell’età? Penso a questo e penso a quanto contino i genitori, quanti ne ho visti attaccati alla rete a gridare consigli. Mio padre no, non mi ha mai detto nulla, se gli chiedevo io qualcosa allora mi diceva la sua, ma sempre mi suggeriva comunque di andare dal mio allenatore, era a lui che dovevo chiedere. Mi è rimasta impressa una volta una scena a Pescara, in un parco; mio padre amava correre e così capitava che ci andavo anch’io con lui. Avrò avuto 13-14 anni e ricordo quel genitore che “allenava” il figlio, gli faceva fare della tecnica e ogni volta che il ragazzino sbagliava, gli faceva fare un giro di campo! Dove invece mio padre è sempre intervenuto è su questioni disciplinari, di comportamento, ancora adesso lo fa, facendomi notare qualcosa che magari non ho fatto bene. Una volta, ero piccolo, lì nel gruppo della squadra facevo dei dispetti, lui era al di là della rete: è venuto, mi ha preso per un orecchio e mi ha portato via”.
Massimo Oddo (Milan)
Da “Il gazzettino” L’angolo di Pino Lazzaro
Oratorio e sport
ORATORIO e SPORT: PONTI e BARRIERE
per una nuova attenzione pastorale “Una parrocchia dal volto missionario deve assumere la scelta coraggiosa di servire la fede delle persone in tutti i momenti e i luoghi in cui si esprime”. Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia”, n. 9. Questa affermazione dei Vescovi può ben riferirsi anche al nostro impegno di questa mattina invitandoci a rileggere l’impegno di ogni nostro oratorio chiamato a servire la vita reale dei nostri ragazzi. Dopo aver sentito la presentazione dei dati dell’indagine condotta dall’ODL circa il rapporto “oratorio e sport”, pur non avendo dati diretti riguardanti la realtà della nostra Diocesi, possiamo tuttavia affermare con una certa franchezza e verità che lo sport è di casa in tantissimi oratori ma soprattutto nella vita di tanti ragazzi. Lo sport ha dilatato le sue barriere e sa coinvolgere un gran numero di praticanti a vari livelli, soprattutto sa trasmettere messaggi e valori capaci di offrire una interpretazione della vita. Per questa ragione può ben definirsi “ambiente vitale” e non semplicemente “ricreazione” o “passatempo”, cioè luogo esistenziale dove si formano e plasmano convinzioni, valori, comportamenti, visioni di vita, scelte personali, stili di vita... Il nostro Arcivescovo ha ricordato a tutta la Chiesa di Milano che “Non c’è nessun ambiente di vita sociale nel quale al cristiano non sia chiesto di essere sale e luce. La verità del Vangelo chiede di essere testimoniata nei luoghi in cui uomini e donne vivono, soffrono, gioiscono e muoiono”. E tra i tanti che cita c’è anche lo sport. Proprio per il gran numero di persone coinvolte tra dirigenti, allenatori e ragazzi e per la sua incidenza culturale, soprattutto sui più giovani, ha voluto anche istituire un’apposita “Commissione Diocesana per lo Sport” con le seguenti finalità precipue
promuovere l’attenzione e la riflessione sul significato del fenomeno sportivo e sul valore educativo dello sport;
accompagnare e sostenere le iniziative sportive presso parrocchie, associazioni e gruppi cattolici o di ispirazione cattolica;
coordinare le iniziative finalizzate alla promozione degli animatori dell’ambito sportivo;
offrire un servizio di consulenza per le problematiche connesse all’ambito dell’attività sportiva;
coordinare le iniziative volte a garantire l’assistenza spirituale delle attività sportive professionali."
”Vogliamo, questa mattina, aiutarci reciprocamente a comprendere se il nostro oratorio ha preso consapevolezza di questo mondo vitale dei giovani e come si inserisce in esso, ma insieme aiutare lo sport, soprattutto quello che abita nei nostri oratori, ad uscire da un certo isolamento autoreferenziale verso il quale spesso tende, sentendosi sempre più un mondo a parte e chiuso. Parlando soprattutto di sport cerchiamo di farci aiutare da alcune dinamiche che sono proprie dello sport.
Spunti e appunti dell’esperienza quotidiana di un prete con vista sul campo di calcio
L’AVVENTURA DEI SETTE NANI
Come tutti gli anni, in oratorio, verso la fine del mese di gennaio si vive un’intera settimana dedicata all’educazione. Quest’anno, per l’occasione, anche la società sportiva aveva chiesto al Don se era possibile organizzare una serata specifica sull’educazione e lo sport. Il tema era affascinante. Ormai da più parti viene riconosciuto un ruolo fondamentale allo sport per l’educazione dei giovani.
Nonostante si sforzasse di preparare l’incontro il Don sembrava girare a vuoto e non riusciva a riordinare i pensieri per preparare una serata adeguata. Si era perfino messo a sfogliare il giornale alla ricerca di qualche notizia interessante per trovare uno spunto da cui partire. Ma in quella giornata non c’erano notizie di rilievo se non che la famosa Lega per la liberazione dei nani da giardino aveva colpito ancora.
“Com’è il nuovo mister che questa stagione seguirà i nostri ragazzi?”
“Il nuovo mister è un vincente! Ha ottenuto innumerevoli vittorie, con tutte le squadre che ha allenato.”
Questa potrebbe essere una tra le possibili risposte, forse la più ricorrente, data da un direttore sportivo alla presentazione del nuovo allenatore della società. Ma cosa significa che un mister è vincente, e soprattutto ha senso parlare di mister vincenti in categorie del settore giovanile?
Nella lingua anglosassone il termine “kick off” significa dare inizio, cominciare; l’espressione è stata presa a prestito dal giornalismo sportivo per definire il calcio d’inizio che si effettua a centrocampo per dare avvio ad una gara di calcio.
E dunque diamo anche noi inizio !!!
Non si allarmino i non amanti del gioco calcio, questo spazio non sarà dedicato a ciò;
la rubrica vuole invece essere un punto d’incontro per tutti coloro che, attraverso il gioco in generale e lo sport in particolare, fanno educazione, trasmettono valori.
Ivan Klasnić (classe 1980) è un calciatore croato, attaccante della Nazionale croata e della squadra inglese del Bolton. Considerato uno dei talenti più fulgidi, ha nella rapidità e nello stacco di testa le doti migliori. Possiede anche un’ottima freddezza vicino alla rete, e un notevole senso del gol. E’ nato da genitori croati di origine bosniaca, ha iniziato la carriera in una squadra locale e ha sfondato nel Werder Brema.
Il 27 gennaio 2007, dopo aver subito un trapianto del rene ricevuto dalla madre, il suo corpo ha rigettato l’organo. Il 23 marzo il nuovo organo gli è stato donato dal padre, e il trapianto è andato a buon fine.
Sono rimasto molto colpito e turbato da una frase detta da un allenatore di calcio di una squadra di Pulcini annata 1999 (10-11 anni).
Parlava di bambini che per la prima volta “approdano” ad un campetto sportivo, prendono confidenza con un pallone ed entrano a far parte di una squadretta più o meno collaudata.
Diceva: “Sai, qui da noi un bambino nuovo non disputa partite se non si allena almeno per 6 mesi perché è inutile alla squadra”.
Questa frase mi ha lasciato enormemente sconvolto e sconcertato; come si fa a definire inutile un bambino che vuole imparare a giocare a calcio e che non vede l’ora di sentire quell’emozione unica che si prova nell’entrare in campo con la propria divisa per disputare una partita?
L' arbitro: «Non conoscono le nuove regole e protestano, le giocatrici guardavano in tribuna stupite. Mai visto prima. Imbarazzante»
Così titolava il 5 Gennaio "La Gazzetta della Sport", il maggior quotidiano sportivo italiano. Un titolo che non poteva lasciare indifferenti educatori, formatori e allenatori; un titolo che, stranamente, non prende in esame il “solito” calcio ma la pallavolo … questa volta però non ha niente a che vedere con la nobile arte del palleggio e del bagher. L’articolo parla di “proteste molto animate e offensive dei genitori-tifosi” che hanno costretto l’arbitro a sospendere la gara. “Molte ragazze (si parla di un torneo giovanile under 16) in campo erano stupite dal comportamento dei genitori sulle tribune, qualcuna addirittura piangeva” . Per poter riprendere in modo sereno la gara, alcune persone sono state allontanate dall’impianto.