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Il modello dell'animazione culturale

Mario Delpiano

L’ANIMAZIONE COME MODELLO EDUCATIVO

Sono molteplici le domande a cui rispondere per definire un modello rispetto ad un altro. 
Esso non si distingue solo per alcune caratteristiche o qualificazioni particolari. 
L’originalità dell’animazione culturale consiste proprio nella particolare costellazione di risposte che essa fornisce alle domande di base che definiscono un costrutto formativo: esse sono «A chi? o con chi? Perché? Che cosa? Verso dove o, se si vuole, per quale meta? Come e con quali risorse?». 
È soltanto dalla originale risposta a queste domande e dall’interazione sistemica di queste risposte che emerge la specificità di tale modello, che non solo si pone in relazione e in differenza rispetto a modelli circolanti di educazione, ma permette di identificare l’animazione culturale rispetto ad altre accezioni e modelli di animazione oggi ricorrenti.

L’animazione «chi e con chi?»

L’animazione culturale del CSPG si qualifica anzitutto per la definizione del «campo dei destinatari», o meglio ancora, dei compagni di viaggio con i quali essa decide l’avventura della comunicazione culturale. 
I soggetti di questa avventura sono da un lato gli animatori. L’animazione infatti è l’animatore in azione, e dunque la scommessa sulla sua figura e funzione sociale. Dall’altra parte l’animatore ricerca la compagnia di qualcuno: i destinatari della sua intenzionalità educativa, i partner potenziali della comunicazione culturale. 
I compagni privilegiati di questo modello di animazione sono i giovani, le nuove generazioni. 
La scelta privilegiata dei giovani porta con sé per l’animazione un modo di leggere la condizione giovanile del tutto originale. Essa propone un tipo di approccio globale al mondo giovanile che vada oltre le letture parziali e settoriali: accostarsi ai giovani da animatori implica la capacità di cogliere la grande domanda di vita e di senso che attraversa la cultura e la ricerca d’identità dei giovani. Animazione è allora accostarsi al mondo giovanile con fiducia e accoglienza del positivo che la loro vita si porta dentro, e questo significa alcune scelte di campo: 
– la valorizzazione degli interessi giovanili per essere capaci di accogliere tutti, a partire dalle domande di vita più deboli, di elaborare proposte non emarginanti e selettive, di camminare con tutti a partire dagli ultimi; 
– assumere la «globalità» dei processi di cambiamento, per riconoscere e rispettare la complessità in un’ottica sistemica. Dunque la coniugazione di un I care riferito a tutta la vita del giovane, nessun ambito escluso; 
– la ricerca dei temi generatori di vita nei giovani, sui quali scommettere per delle direzioni di marcia verso un cambiamento globale della vita nella direzione della sua liberazione e qualità.

L’animazione «in quale contesto?»

L’animazione ha consapevolezza di «essere in sistema» e di essere «azione di sistema». E tale sistema è anzitutto l’ambiente di vita e il territorio su cui essa opera. 
Il territorio viene considerato naturalmente non solo dal punto di vista geografico, fisico-materiale, ma come il reticolo culturale, come sistema aperto di soggetti-sistemi plurali e individuali in interazione tra loro, in un intersecarsi di azioni e coscienze collettive e individuali vicendevolmente influenzantisi fra loro in maniera circolare. 
L’animazione culturale proprio per questo si è fatta in questi ultimi anni promotrice di una intenzionalità di aggregazione e di cooperazione allargata. Essa spinge verso il «patto educativo territoriale» tra agenzie formative in rete e verso lo sviluppo di una autocoscienza di una comunità educativa territoriale tutta da sviluppare e da consolidare facendola emergere da un livello implicito ad un livello esplicito. 
Proprio per questo l’animazione si dà una soggettività collettiva minimale: la comunità educativa, che ritrova unità, convergenza e sinergia di azione attorno allo strumento proprio della progettazione/programmazione educativa. 
Tutto ciò non esclude, anzi evidenzia la necessità di definire, delimitare e qualificare un contesto vitale più circoscritto, in parte «protetto», entro cui possa darsi una comunicazione educativa: è ciò che l’animazione chiama ambiente educativo.

L’animazione «verso dove?» Quale uomo per quale società?

Le coordinate antropologiche che definiscono l’uomo e la cultura sociale dell’animazione (il costrutto di sistema aperto, la struttura simbolica dell’uomo, la comunicazione come evento fondamentale per il cambiamento personale e culturale) pesano fortemente nella definizione dell’impianto di obiettivi che essa si dà. 
Perché fare animazione, secondo il modello che sto descrivendo, vuol dire perseguire intenzionalmente degli obiettivi definiti di cambiamento riguardanti l’uomo, la collettività e la cultura sociale. Questa intenzionalità non può né deve essere nascosta a nessuno, agli operatori come ai compagni di viaggio; ma anche a quanti, curiosi, si interrogano sulla specificità dell’animazione culturale e del suo modello. 
L’animazione culturale perciò accoglie lo strumento della progettazione/programmazione per obiettivi e lo assume come elemento indispensabile per il superamento dell’educazione come sistema di contenuti predefiniti e di «programmi». In tal senso essa ha contribuito non poco allo spostamento dell’attenzione in campo educativo dai programmi alla programmazione. 
Gli obiettivi però non sono predefiniti dall’animazione una volta per tutte, senza tenere conto della situazione di partenza e del potenziale culturale e di cambiamento dei destinatari. 
Ciò comporta l’assunzione di un modello di circolarità (ermeneutica) nella ridefinizione degli obiettivi che tenga conto della situazione oltre che della idealità e della intenzionalità di cambiamento, al fine di superare l’inadeguatezza dei modelli deduttivi e di quelli induttivi. 
In concreto, qual è il grande obiettivo generale dell’animazione e come esso viene ad articolarsi in direzioni privilegiate? 
Il grande obiettivo generale dell’animazione culturale è quello di liberare e dare consistenza all’amore alla vita nei destinatari, permettendo loro di riconciliarsi con essa e di scoprire come questo amore alla vita debba radicarsi nelle sorgenti del senso della vita che attraversa l’intera vicenda umana, come storia di senso, di ragioni di fiducia nella vita e nel futuro codificate nella cultura sociale di ciascun popolo; inoltre questo amore alla vita che si radica nella grande avventura di ricerca e di incontro con il senso dell’esistenza, lungi dal chiudere il giovane, l’uomo, in sé, lo apre alla condivisione del senso e dell’amore alla vita al punto da viverla con responsabilità di fronte a se stessi e a ciascun vivente. 
Questo obiettivo generale trova poi consistenza dentro un percorsi di obiettivi di cambiamento, individuati come sentieri educativi in tre spazi simbolici privilegiati: l’identità come ricerca del «centro» della persona in un progressivo decentramento oltre se stessa; la scoperta della responsabilità che apre verso la solidarietà con l’altro; l’apertura verso l’ulteriorità e alterità radicale che porta a vivere l’amore alla vita al cospetto del «mistero» che essa si porta dentro.

L’animazione «come si fa?»

Una volta dichiarate le proprie intenzionalità, in un tempo storico in cui si fa sempre più fatica a chiarire a se stessi e agli altri, quale esigenza di onestà intellettuale e di coscienza del limite, l’animazione culturale si pone, coerentemente ad esse, il problema del «come» assicurarne la realizzazione, peraltro sempre parziale e imperfetta. 
Allora e solo a questo punto l’animazione diviene anche «metodo», cioè un modo peculiare e specifico di selezionare e riorganizzare le risorse entro un modello coerente. 
È qui che si definisce il metodo dell’animazione culturale, cioè la strategia organizzata e sempre ridefinentesi, di assicurare il cambiamento personale, antropologico, sociale e culturale che essa ha tentato di chiarire a se stessa, in sintonia anche con i cambiamenti culturali e strutturali avvenuti. 
Spesso l’animazione infatti viene confusa con il proprio metodo, e il modello ridotto ad una metodologia, pregiudicando a se stessi in tal modo la possibilità di comprenderne la complessità e la globalità. 
L’animazione culturale come «metodo» è infatti da intendersi come strategia di intervento formalmente educativo nella realtà. Perciò in quanto metodo valorizza le risorse tradizionali, ma anche quelle occultate o dimenticate dalla prassi educativa corrente. 
Ciò che la distingue da altre prassi educative e di animazione, è la configurazione degli elementi-risorsa, l’importanza che essa attribuisce ad alcuni fino a considerarli centrali, e la secondarietà o la perifericità o la strumentalità che essa attribuisce ad altri. 
Richiamo soltanto gli elementi che la configurano e la collocazione che essi vengono ad avere all’interno del sistema. 
* Anzitutto l’accoglienza: va vista come l’intenzionalità e la competenza acquisita di avvicinare, di convocare e aggregare i giovani nel nome e attorno alla vita, al livello di autocoscienza in cui essa si dà in loro, per farla crescere in termini di responsabilità (l’animazione tra accoglienza, ambiente educativo ed educazione della domanda). 
* La comunicazione educativa: l’incontro che si realizza attraverso l’accoglienza è per qualcos’altro da sé; perché accada un evento assolutamente importante: la comunicazione educativa intorno alla vita. La comunicazione educativa costituisce perciò il «centro» del metodo. Creare una possibilità nuova di comunicazione nella differenza, tra adulti e giovani in maniera del tutto particolare, intorno alla vita, scommettendo nella possibilità di far incontrare mondi culturali diversi sul terreno comune dell’amore alla vita, nella forma di condivisione di qualche frammento di essa, è la strategia delle strategie. 
Al suo interno poi l’animatore va alla ricerca della relazione educativa, il vero e proprio «cuore del metodo». C’è infatti tipo e tipo di comunicazione; quella centrata sui contenuti e sui compiti, e quella centrata sulla relazione. La comunicazione educativa per l’animazione è quella che sa riconoscere nei processi comunicativi la centralità della relazione tra animatore e giovani, e quella che può sbocciare dei giovani tra loro, quando questa relazione acquista alcune particolare qualità e diviene comunicazione «significativa» tra le persone. Una relazione, quella educativa, che non è monopolio di nessuno; infatti va perseguita come relazione anzitutto diffusa nel contesto comunicativo, anche se essa viene a concentrarsi simbolicamente in una figura, l’animatore. 
* Il nuovo mondo vitale del gruppo giovanile: esso costituisce il contesto vitale, vero e proprio grembo, che dischiude e rigenera le identità personali dei giovani; esso non diviene tale da sé, quasi spontaneamente, ma va perseguito intenzionalmente dall’animatore, perché possa fiorire la relazione educativa diffusa; al suo interno solamente si legittima l’autorevolezza della figura dell’educatore. La storia della prassi educativa di questo modello, in questo decennio, ha sviluppato al riguardo una riflessione articolata e preziosa sul gruppo come «soggetto educativo». Nessuno educa nessuno, ma ci si educa reciprocamente. 
* Altro elemento fortemente identificante il modello che stiamo presentando riguarda invece la questione dei «contenuti» in educazione. Cosa è contenuto? Cosa è che, nelle condizioni assicurate dalle altre variabili suindicate, permette di produrre cambiamenti dentro la mappa mentale e la rappresentazione del mondo del giovane? Qual è la materia prima da macinare in modo che i giovani diventino produttori, non consumatori soltanto, di cultura vitale? 
La risposta a questi interrogativi è quello che in animazione possiamo denominare la rivoluzione dell’esperienza: solo ciò che viene vissuto con la totalità del proprio essere nel mondo può essere interiorizzato e lasciare traccia permanente per divenire così mondo interiore dell’individuo. Ecco allora la scelta qualificante dell’esperienza; una esperienza da far fare (dunque da progettare e vivere insieme e non da consumare) e da far vivere, fino a poter comunicare intorno ad essa. Si tratta di un punto discriminante del modello dell’animazione rispetto ad altri modelli. Cioè: produrre cambiamenti facendo fare esperienza della realtà. 
* Liberare la parola intorno alla vita e ai linguaggi, a partire da quelli dimenticati. Secondo il nostro modello di animazione non più darsi esperienza se essa non viene «detta» attraverso la parola e la molteplicità dei linguaggi della cultura. 
* Il profilo rigoroso dell’animatore tra militanza e competenza è un altro punto qualificante e discriminante. Non è sufficiente dire animatore e scommettere sul suo intervento, se non si definisce prima il suo profilo. Il profilo dell’animatore emerge tra la competenza comunicativa e relazionale da un lato, e l’autorevolezza e il modo di gestire il potere dall’altro. 
* Uno dei grandi equivoci denunciati dal modello è quello nato attorno agli strumenti e tecniche di animazione; esso porta spesso i superficiali ad identificare l’animazione con le sue tecniche, producendo con ciò una grande distorsione e impoverimento del modello. Gli strumenti e le tecniche di animazione vanno invece liberati dall’enfasi dominante per essere ricollocarli al posto che loro spetta. Strumenti e tecniche sono soltanto elementi funzionali a ciò che è invece assoluto e irrinunciabile: la risorsa e l’evento della relazione tra persone che fa crescere entrambi. Un buon animatore è dunque colui che riesce a fare a meno degli strumenti e delle tecniche apprese.

Ho offerto un panorama veloce e sintetico del modello dell’animazione culturale. Esso appare certamente articolato e complesso. Nel corso della presentazione spero sia emersa progressivamente la sua originalità e la sua specificità. 
Oggi tutti utilizzano il termine di animazione e richiamano l’animazione come strumento di intervento e di azione sociale. 
Persino negli ambiti più impermeabili a livello istituzionale essa sembra venire riconosciuta e ad essa si intende ricorrere. 
L’obiettivo del mio intervento non era quello di appassionare ad un modello rispetto ad un altro. Ciascuno fa le proprie scelte e si assume le proprie responsabilità. 
Sarebbe però opportuno e auspicabile, in un tempo in cui le unanimità tornano ad apparire facilmente accessibili e gratificanti, che ci si accorgesse e si desse riconoscimento anche delle diversità e delle differenze. 
Alcuni sono tentati di affermare, una volta confrontatisi con il modello dell’animazione culturale: «ma non è nient’altro che un discorso di educazione!». 
Sì, è vero, quando parliamo di animazione culturale parliamo il linguaggio dell’educazione. 
Il fatto è che oggi, anche quando tutti usano le stesse parole e attorno ad esse sembra crescere l’unanimità e il consenso, ci si scorda piuttosto facilmente di un fatto, reale quanto elementare, accessibile alla verifica in ogni istante: con la stessa parola indichiamo realtà, nel nostro caso, prassi e autocomprensioni dell’uomo, profondamente diverse. 
La coscienza della diversità è la prima condizione per un fecondo incontro nella differenza.

Tratto da: "Il modello dell'animazione culturale del CSPG"

 

 

 
Lunedì 24 Luglio 2017
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