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Approfondimento al tema del Sussidio grest 2016

Misericordia.

Per partire bene, lasciamo a casa il superfluo!

Parlare di Misericordia appare veramente difficile. Misericordia è il nome che vorremmo dare sempre a Dio. È il nome di ciò di cui sentiamo bisogno: essere accettati, non giudicati, presi così come siamo.

Vorremmo esserlo dagli altri; vorremmo farlo con noi stessi. Gli uomini e le donne di fede sanno, sentono, che solo Dio ha questo sguardo su ciascuno di noi. Avrebbe senso dimostrare che esista un Dio che ci condanna? Una divinità arcigna e spietata, che attende il peggio da noi, per poterci dimostrare la sua potenza? Per molto tempo, un dio del genere è sembrato rassicurante a molti. Un dio poliziotto, giudice, tutore dell'ordine. Eppure la sapienza ebraica ha raccontato di come Dio sia capace di "alzarsi dal trono della giustizia, per sedere su quello della misericordia" (Paolo De Benedetti).

Ma allora… Come raccontare questa misericordia ad una persona che definisce se stessa come “non credente”? Come leggerla nelle cose normali che ci accadano ogni giorno? Il fatto è che Misericordia è la qualifica, la determinazione, più completa che l’uomo possa dare di Dio nella tradizione monoteista. Dio è SOPRATTUTTO misericordia, e questo da sempre, anche prima che papa Francesco facesse della Misericordia la chiave di volta del proprio pontificato.

È difficile parlarne anche perché la misericordia, il suo esercizio, è l’elemento che più svela l’incapacità umana, la fatica dell'uomo, quando veniamo messi a confronto con Dio. L’uomo – il cristiano – infatti potrà essere una “brava persona”, ma potrebbe anche non conoscere la Misericordia, potrebbe non averla sperimentata, e non saper come viverla.

A sua immagine e somiglianza": è nella Misericordia che l’uomo realizza la piena somiglianza con Dio Padre. E qui si tratta di “perfezione”: "siate perfetti come perfetto è il Padre". Ma è possibile per l’uomo la perfezione? Come quindi capire questa “colonna” della fede attraverso un linguaggio umano? Addirittura: solo umano?

Partire dal basso

“Misericordia!”. L’urlo scandalizzato echeggia lungo lo scala nobile della elegante dimora di Francoforte. Solo i più nerd tra di noi possono intuire di chi stiamo parlando. Il cartone animato di Heidi ha accompagnato i pomeriggi di tanti di noi, oggi più che quarantenni. E, nella logica del mercato, torna sugli scaffali di supermercati e edicole, per i nostri figli. Del resto siamo stati la prima generazione veramente televisiva, e forse un poco teledipendente.

E allora, sì! Iniziamo parlando della rigidissima signorina Rottenmeier, che, nella versione animata (tratta dal romanzo di fine ottocento di Johanna Spyri e messo in disegni tra gli altri dal maestro Miyazaki), ha una figura sottile e spigolosa, un volto pallido e privo di sorriso, sormontato da un immobile chignon e corredato dal monocolo, tipico dei paesi tedescofoni. Di fronte alle strambezze della piccola montanara, “Adelaide” va chiamata - bando ai soprannomi, troppo famigliari -, l'istitutrice sbotta, invocando misericordia. Come dire: abbiate pietà di me, perché devo sopportare tutto questo!

Non so se la versione nipponica avesse questo intercalare. Senza dubbio è più facile comprenderlo nell'Europa ottocentesca, quando, ancor lontani (ma non troppo) dagli stravolgimenti della modernità, le famiglie della borghesia ricca usavano assumere dame e dotti per accompagnare i propri figli, certo nell'apprendimento delle lettere e della matematica, ma anche dell'intero corredo che ogni bravo giovane doveva sfoggiare in società, dal suonare il pianoforte alle buone maniere. E così accade nella dimora dei Seseman, dove suo malgrado approda la nipote del "vecchio dell'alpe".

Siamo ancora ottocenteschi?

La società del XIX secolo, appunto, sembra lontana anni luce dai nostri giorni. Eppure gran parte della nostra vita si svolge ancora all'interno di "luoghi" - istituzioni, si chiamano - che si sono formate in quel tempo apparentemente perduto.

Lo Stato, come insieme di leggi atte a garantire l'ordine; la Scuola, come ambiente di ammaestramento dei giovani al sapere e ai valori della Nazione; la Famiglia borghese, come nucleo fondamentale della società, fondata sì sull'amore, ma soprattutto sulla funzione paterna di educazione all'autorità  (http://www.150anni.it/webi/index.php?s=34&wid=80), la Parrocchia, praticamente l'unico luogo di culto, in cui il Parroco è insieme pastore spirituale e funzionario civile; l'Esercito, palestra di vita per i maschi adolescenti e simbolo dell'efficacia del potere politico, cui si accede per vocazione, prima che per necessità.

Stato, Scuola, Famiglia, Parrocchia, Esercito… Sono ancora istituzioni presenti e vive. Se pur profondamente cambiate, probabilmente in una fase di crisi, rappresentano ancora nell'immaginario collettivo tutti quei luoghi in cui ognuno non è più un "privato", non è più semplicemente se stesso, ma, poiché è necessario vivere con gli altri, diviene cittadino tra i cittadini: viene guardato, misurato, valutato nelle sue capacità di adattarsi alla convivenza civile.

Nulla di strano, quindi, se una campionessa di questo sistema, la nostra signorina Rottenmeier, trovasse scandalosa la vitalità montanara di Heidi e, con un'apprensione che quasi fa tenerezza, si sforzasse di ricondurla a quello che per lei era IL buon senso.

Il fatto è che, nonostante siano passati più di 150 anni, portiamo ancora i segni di quello che potremmo chiamare un "vaccino sociale", ideato proprio nel''800: è l'idea che ci sia una lista di comportamenti da seguire per essere brave persone. Non importa il perché ci si comporti così, la motivazione che ci spinge: essenziale è seguire la lista, stare dentro alle norme.

Pensate alla scuola (ne posso parlare, perché la conosco): le classi sono organizzate sulla base dell'anno di nascita, strutturate in modo tale che ognuno, col proprio misurato spazio di lavoro, sia rivolto solo verso la cattedra (che curiosamente andrebbe considerata una sedia, e non il tavolo del prof), da cui verrà il Sapere, illuminato da una luce proveniente da sinistra (perché la maggioranza di noi è destrimana), in un tempistica regolare, scandita dalla campanella, come in una fabbrica. So bene che moltissime esperienze si sono innovate (specie nel nord Europa) e che questa struttura non è più onnipresente. Ma, diciamocelo, il nostro immaginario prevede la scuola fatta in questo modo e ogni alternativa sembra all'inizio ben meno seria. Ecco, in questo contesto, è richiesta la disciplina dello stare in silenzio, ascoltare e raccogliere quanti più dati possibile. Non ha molta importanza, in linea di principio (la realtà come sempre è diversa) se l'alunno sta attento per interesse, per convenienza o perché se no viene in qualche modo punito. C'è come una separazione, tra il comportamento esteriore e la motivazione interiore. La seconda non deve emergere.

Pensate, facendo un altro esempio, alla motivazione per cui moltissimi di noi, dopo aver celebrato la Cresima, si allontanano dalla parrocchia. S'inizia a contestare la mamma o il papà quando ci chiedono di andare a messa con loro; la mattina della domenica diventa sacra, per la partita o per recuperare il sonno… Un po' alla volta si prendono le distanze da un mondo che, per molti di noi da bambini, era in fondo piacevole, per le persone con cui stavi, i giochi, i chierichetti, i campiscuola. Ma poi succede qualcosa. Molti la bollano come pigrizia, come indifferenza. Eppure, ad ascoltare bene i racconti di molte ragazze e ragazzi che - come di dice - "si sono allontanati dalla fede", qualcosa si rompe dentro di loro quando si accorgono che c'è una profonda differenza, un abisso talvolta, tra quello che gli adulti fanno, i loro atteggiamenti, e quella che dovrebbe essere la loro fede, quello che professano in chiesa, dal pulpito o dai banchi. Andare a messa per "timbrare il cartellino" non appare coerente, né bello; andare a messa "perché bisogna" somiglia ad una contraddizione. E allora, specie se non c'è nessuno con cui confrontarsi davvero, si sceglie la strada più breve, ma in fondo sana: uscire.

I giornali, a leggerli, sono pieni di queste contraddizioni: è sufficiente sedere sui banchi della Camera o del Senato per essere davvero uomini politici? Basta portare una divisa per saper usare legittimamente la forza armata? Esibire un certificato di famiglia per essere madre, padre?

Quello che sta accadendo mi sembra questo: le istituzioni, nate per servire donne e uomini affinché potessero realizzare al meglio la propria vita in comune con gli altri, si sono per lo più svuotate di sostanza, pur mantenendosi in vita.

Quel che devi fare, è ovvio

Un ultimo esempio, questa volta più preciso e molto noto, è tratto dalla biografia di Giovanni Bosco.

«Il giorno solenne dell’Immacolata Concezione di Maria, ero in atto di vestirmi dei sacri paramenti per celebrare la Santa Messa.

Il chierico di sacrestia, Giuseppe Comotti, vedendo un giovanetto in un canto, lo invitò a venirmi a servire la Messa.

– Non so – gli rispose mortificato.

– Vieni – replicò l’altro, – voglio che tu serva Messa –

– Non so, non l’ho mai servita –.

– Bestione che sei! – disse il sacrestano furioso – se non sai servire Messa, perché vieni in sacrestia? – ciò dicendo impugna la pertica dello spolverino e giù colpi sulle spalle e sulla testa di quel poveretto.

Mentre l’altro se la dava a gambe:

– che fate? – gridai ad alta voce – perché lo picchiate? –.

– Perché viene in sacrestia e non sa servir Messa –».

Quel che poi succede, lo vedremo. Mi interessa ora sottolineare come, nel 1841, i compiti di un giovane, che suo malgrado stava bazzicando in sacrestia, sono dati per scontati. E se non li si conosce, probabilmente si è lì per altri motivi, forse loschi. Così ragiona il sagrestano, che si sente in diritto di ristabilire l'ordine, punendo quel ragazzo che si chiamava Bartolomeo Garelli.

È successo qualcosa alle parole

Cosa c'entra questo con il nostro discorso? Ricordiamo la nostra brava istitutrice tedesca e la sua disperazione. Che cosa ha a che fare la sua invocazione con la misericordia di cui stiamo parlando? Perché chiede misericordia? La parola è sempre quella, ma il senso è proprio diverso. È un po' come quando scambiamo la parola "carità" con il soldino dato al poverello per strada (posto che si faccia ancora) o quando pensiamo che "avere pietà" di qualcuno sia non essere troppo cattivi con lui, o che "fare la comunione" sia mangiare la particola, o che il peccato somigli ad una marachella…

È successo qualcosa alle parole, forse. Perché effettivamente la carità ha a che fare con il povero, la pietà con la durezza di cuore, la comunione con l'ostia consacrata, il peccato con azioni nocive. E la misericordia con la richiesta di avere pace. Ma con un significato proprio differente, che ci è sfuggito dalla mente e dal cuore. Come ha fatto a scapparci?

Il fatto è che le istituzioni, prime tra tutte la Chiesa, hanno la loro forza nel costruire buone pratiche, comportamenti coerenti e corretti, utili davvero alle persone che desiderano farne parte. Ma questi comportamenti, senza il desiderio, senza il "sentirsi parte", sono solo azioni fini a se stesse. Queste cose da fare - perché buone e belle - senza l'adesione sincera della persona, diventano vuote. Forse hanno anche effetti positivi, a breve termine, ma a lungo andare mettono in discussione l'istituzione stessa. Questa adesione, che ho chiamato sincera, prevede due ingredienti: sentire che quell'azione mi riguarda, e pensare che quell'azione ha un senso. Il cuore e la mente: o sono attivi, vivi, oppure la persona sta subendo una regola scritta da altri.

Perché il punto, qui, non è abolire le regole, perché tanto non servirebbero più.

Per arrivare a parlare di Misericordia, però, dobbiamo proprio partire dal fatto che adottare un comportamento perché "così si fa", perché "così si è sempre fatto", significa tradire noi stessi e gli altri. E qualcosa di utile come una regola, diventa nel migliore dei casi un comportamento meccanico, nel peggiore una cosa che fa male.

Tornare a catechismo

Quassù, nel Veneto, si usava anche dire "andare a dottrina". Così, catechismo o dottrina (che in fondo sono sinonimi) non sono più un insieme di cose da sapere, ma un luogo dove recarsi, spesso di malavoglia, il sabato pomeriggio di solito. Per fortuna che prima, o dopo, si poteva giocare al pallone. Alla lezione di catechismo si imparano i contenuti della fede cristiana, un po' come se fossero delle formule chimiche. E tra di essi, vi sono le cosiddette "opere di misericordia" (http://www.vatican.va/archive/ccc_it/documents/2663cat473-668.PDF).

Così recita il Catechismo della Chiesa cattolica:

«Le opere di misericordia sono azioni caritatevoli con le quali soccorriamo il nostro prossimo nelle sue necessità corporali e spirituali. Istruire, consigliare, consolare, confortare sono opere di misericordia spirituale, come pure perdonare e sopportare con pazienza. Le opere di misericordia corporale consistono segnatamente nel dare da mangiare a chi ha fame, nell’ospitare i senza tetto, nel vestire chi ha bisogno di indumenti, nel visitare gli ammalati e i prigionieri, nel seppellire i morti».

Ci troviamo al paragrafo 2447, all'interno della Parte Terza, che si intitola "La vita in Cristo". Siamo quindi di fronte ad un punto fondamentale, se è vero che siamo chiamati "cristiani". Le nostre nonne, e forse qualcuno dell'età dei nostri genitori, si ricorderà di questo paragrafo in forma di elenco, diviso in due capitoli: le opere di misericordia spirituali e corporali. La lista veniva imparata a memoria (insieme ai Comandamenti, alle Virtù e ai Doni dello Spirito) e faceva parte del know how del bravo cristiano:


LE SETTE OPERE DI MISERICORDIA SPIRITUALE

1 - Consigliare i dubbiosi

2 - Insegnare agli ignoranti

3 - Ammonire i peccatori

4 - Consolare gli afflitti

5 - Perdonare le offese

6 - Sopportare pazientemente le persone moleste

7 - Pregare Dio per i vivi e per i morti

LE SETTE OPERE DI MISERICORDIA CORPORALE

1 - Dar da mangiare agli affamati

2 - Dar da bere agli assetati

3 - Vestire gli ignudi

4 - Alloggiare i pellegrini

5 - Visitare gli infermi

6 - Visitare i carcerati

7 - Seppellire i morti

Il ragionamento spesso sottinteso era più o meno questo: se sei un bravo cristiano, allora devi… E via con la lista.

Non solo, citando San Paolo ("chi fa opere di misericordia, le compia con gioia", Rm 12,6-8), si aggiungeva anche un'indicazione sull'atteggiamento da tenere: fa' tutto questo con il sorriso sulle labbra.

Chiediamoci: cosa sarebbero le nostre città se queste indicazioni fossero seguite dalla maggioranza delle persone o per lo meno da tutti coloro che si dicono cristiani? Pensate solo a quanto sta accadendo in questi mesi, con l'aumento dei barconi disperati che approdano sulle nostre coste: le sette opere di misericordia corporale sono l'unica risposta possibile. Almeno a livello individuale.

Il fatto è che molte persone, credenti o meno, le mettono in pratica, spesso lontano dal nostro sguardo. Il fatto è che chi ha imparato queste opere come una lista di doveri oggi si trova, al contrario, molto in difficoltà.

Che ci sia una lista, non deve preoccuparci: come suggerisce Luciano Manicardi, molti sono stati i tentativi di elencare queste opere, sin dai primi secoli dopo Cristo. Intorno al XII secolo, inizia a essere ritenuta stabile la formulazione che è sopra riportata. Ma, sia le numerose versioni precedenti, che il numero simbolico sette che domina in quella del catechismo, ci suggeriscono che non si tratta di un "libretto di istruzioni", ma di una serie esemplificativa (forse scelta sulla base dell'urgenza dei bisogni espressi) delle infinite (infinite!) possibilità che l'uomo ha di interpretare la misericordia di Dio.

Già, perché nel compierle, noi stiamo agendo "per conto di Dio", come i Blues Brothers. E se questo è vero, allora forse possiamo intuire perché è stata fatta confusione nelle parole.

È accaduto questo: un poco alla volta, la Chiesa ha definito questi esempi, ritenendoli appunto possibilità reali per ciascuno. E cioè: se riesci a sentirti unito a Cristo ed essere così cristiano, allora metterai in pratica queste opere, naturalmente, senza doverci pensare tanto. Ma poi, nell'insegnarle, la Chiesa stessa è caduta in una sorta di capovolgimento logico: se metti in pratica queste opere, allora sei cristiano. Cosa ne viene? Che diventano una serie di comportamenti stereotipati, che non sappiamo bene come realizzare, ma che dovremmo fare, per non sentirci in colpa e "guadagnarci il paradiso"…

È un'opera di misericordia (la terza delle corporali, per inciso) il gesto di portare un sacchetto di vestiti usati ai cosiddetti "cassonetti della Caritas" o direttamente in parrocchia? Certo, qualcuno dirà, se nessuno li porta, gli ignudi non potranno essere vestiti. Ma è questa, la misericordia? È un'opera di misericordia pagare un panino ad una persona che mi chiede denaro per la strada, con l'unico scopo di verificare da parte nostra se davvero il denaro le serve per mangiare? Certo, dirà qualcuno, se ha fame, quel panino sarà provvidenziale. Ma è questa la misericordia?

Due citazioni, per ripartire

Dal Catechismo (paragrafo 1829), che contiene un breve brano di Agostino (tra virgolette):

La carità ha come frutti la gioia, la pace e la misericordia; esige la generosità e la correzione fraterna; è benevolenza; suscita la reciprocità, si dimostra sempre disinteressata e benefica; è amicizia e comunione: «Il compimento di tutte le nostre opere è l’amore. Qui è il nostro fine; per questo noi corriamo, verso questa meta corriamo; quando saremo giunti, vi troveremo riposo».

Da un commento giudaico al Talmud:

L'elemosina viene fatta solo con il denaro, le opere di misericordia con il denaro e con tutta la persona; l'elemosina viene fatta solo al povero, le opere di carità vengono fatte sia ai poveri che ai ricchi; l'elemosina viene fatta solo ai viventi, le opere di carità riguardano sia i vivi che i morti.

 

Giovanni Realdi

 
Lunedì 10 Dicembre 2018
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