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Sussidio estivo Wunder - estate ragazzi grest 2019

Continuità e discontinuità

Continuità e discontinuità

Dalla psicologia dell’età evolutiva alla psicologia dello sviluppo

Le precedenti modifiche, avvenute nell’estate del 1994, delle denominazioni di alcune materie insegnate nelle nostre università, hanno trasformato la dizione “ psicologia dell’età evolutiva” in “ psicologia dello sviluppo”. Con questo cambiamento l’università italiana ha accolto, con il ritardo che è tipico delle istruzioni, un’evoluzione che era in atto da decenni nella psicologia contemporanea, che orami da tempo considera come oggetto di analisi della psicologia dello sviluppo non soltanto l’età evolutiva in senso stretto, bensì l’intero ciclo della vita.

I congressi e le riviste dell’ ISSBD ( International Society for the Study of Behavioral Development9, la più importante società internazionale che raccoglie gli studiosi di psicologia dello sviluppo, dedicando da anni sezioni che vanno oltre l’età evolutiva e che prendono in esame l’età adultità, la maturità, la vecchiaia.

A una lettura superficiale questa modificazione di denominazione può apparire come una semplice estensione del campo d’indagine, che non è più limitato all’età evolutiva classica. Dalla nascita all’adolescenza. Si tratta invece di una modifica sostanziale , che riguarda  il modo stesso di considerare lo sviluppo. In primo luogo, parlare di un’età evolutiva implica, più o meno chiaramente e consapevolmente, ritenere che essa faccia seguito un’età involutiva  o quanto meno di stasi, durante la quale no avviene più alcuna trasformazione significativa, dal momento che i “ giochi” sono stati fatti e conclusi nel periodo infantile adolescenziale. In questa prospettiva l’età adulta e le età seguenti non sono periodi di modificazione e sono per lo più visti come la realizzazione di ciò che è stato costruito in precedenza. Come è noto, questa idea è stata sempre più  decisamente, messa in discussione da numerosissimi studi e osservazioni, provenienti da discipline diverse che vanno dalla neuropsicologia alla geriatria, dalla psicologia cognitiva alla sociologia

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Saper ascoltare in modo attivo

Saper ascoltare in modo attivo

Come dimostrare capacità di porre attenzione alla comunicazione del proprio interlocutore

L'ascolto attivo si basa sull'empatia e sull'accettazione. Esso si fonda sulla creazione di un rapporto positivo, caratterizzato da ''un clima in cui una persona possa sentirsi empaticamente compresa'' e, comunque, non giudicata.

Quando si pratica l'ascolto attivo, invece di porsi con atteggiamenti che tradizionalmente vengono considerati da ''buon osservatore'', ossia, come persone impassibili, ''neutrali'', sicure di sé, incuranti delle proprie emozioni e tese a nascondere e ignorare le proprie reazioni a quanto si ascolta, è più opportuno rendersi disponibili anche a comprendere realmente ciò che l'altro sta dicendo, mettendo anche in luce possibili difficoltà di comprensione. In questo modo è possibile stabilire rapporti di riconoscimento, rispetto e apprendimento reciproco. Per diventare ''attivo'', l'ascolto deve essere aperto e disponibile non solo verso l'altro e quello che dice, ma anche verso se stessi, per ascoltare le proprie reazioni, per essere consapevoli dei limiti del proprio punto di vista e per accettare il non sapere e la difficoltà di non capire.

I principali elementi che caratterizzano una buona attività di ascolto, sono:

  • sospendere i giudizi di valore e l'urgenza classificatoria, cercando di non definire a priori il proprio interlocutore o quanto egli dice in ''categorie'' di senso note e codificate
  • osservare ed ascoltare, raccogliendo tutte le informazioni necessarie sulla situazione contingente, ricordando che il silenzio aiuta a capire e che il vero ascolto è sempre nuovo, non è mai definito in anticipo in quanto rinuncia ad un sapere già acquisito
  • mettersi nei panni dell'altro - dimostrare empatia, cercando di assumere il punto di vista del proprio interlocutore e condividendo, per quello che è umanamente possibile, le sensazioni che manifesta
  • verificare la comprensione, sia a livello dei contenuti che della relazione, riservandosi, dunque, la possibilità di fare domande aperte per agevolare l'esposizione altrui e migliorare la propria comprensione
  • curare la logistica, facendo attenzione al contesto fisico-spaziale dell'ambiente in cui si svolge la comunicazione per agevolare l'interlocutore e farlo sentire il più possibile a proprio agio.
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Cos’è l’animazione sociale e culturale…

Dalla Carta dei Principi della Associanimazione Nazionale

associanimazioneIl ruolo sociale e lo spazio

L’animazione svolge un ruolo sociale fondamentale nei processi d’individuazione, lettura, analisi dei bisogni/desideri e nell’attivazione di percorsi in cui persone e organizzazioni possano riconoscersi e valorizzare il proprio potere d’azione in relazione a se stesse e al proprio contesto di vita, riscoprendo significati e prospettive dell’azione collettiva. Fare animazione è facilitare processi attraverso i quali le persone scoprano la propria capacità di abitare il tempo, anche quando questo è un tempo di crisi, un tempo conflittuale o apparentemente vuoto.

Le persone e la comunità

L’animazione contribuisce allo sviluppo delle competenze sociali in età evolutiva e, allo stesso tempo, lavora al loro potenziamento in età adulta, sia a livello individuale che collettivo.
Parallelamente il lavoro animativo gioca una funzione significativa nello sviluppo della capacità di riconoscere, esprimere, valorizzare i diversi punti di vista, aiutando a costruire ponti di dialogo per la costruzione delle comunità.

Il cambiamento e la partecipazione

Gli attuali scenari impongono la riscoperta dell’animazione come promozione, costruzione, rafforzamento dei legami sociali; integrazione fra mondi diversi, che hanno bisogno di individuare spazi di relazione, confronto e scontro generativo per sostenere la progettazione di cambiamenti possibili. La partecipazione rimane il passaggio obbligato: l’animazione è la vita, la vita del gruppo, del quartiere, della città, della popolazione.

Dal sito www.associanimazione.org

 
ANIMARE E’ COLTIVARE

C’era una volta un grande terreno incolto.

Nessuno lo aveva mai coltivato prima e si era riempito di erbacce di ogni tipo tanto che pareva impossibile poterci ricavare qualcosa di buono.

Un giorno due contadini che passavano di là in cerca di una terra da coltivare decisero di dare un occhiata più da vicino. Alcuni dei loro amici gli avevano detto che quel campo era senza speranza e che da ormai molti anni nessuno si avvicinava neppure a controllarlo. “Troppi rovi” diceva uno: “non c’è acqua a sufficienza” diceva un altro: “la terra lì non è buona a nulla” sentenziava un altro ancora.

Ma i due amici non erano tipi da fermarsi al sentito dire e vollero andare a vedere quel campo da vicino. Scoprirono, così, che alcune delle cose che avevano sentito erano vere; c’erano molte sterpaglie e anche molte tane di roditori e anche l’acqua era un problema perché non arrivava in tutto il campo: ma scoprirono anche che la terra era buona e anzi molto promettente!

Decisero di attrezzarsi e di cominciare a lavorarla insieme!

La prima cosa che fecero fu di togliere tutte le erbacce e quella sì che fu una gran sudata! Potarono, tagliarono, estirparono lavorando per ore ed ore fino a spaccarsi la schiena. Certe volte dovettero unire le forze per sbarbare certe erbe cattive particolarmente dure a morire…..Ma alla fine il campo era libero, e poterono radunare tutte le erbacce in grosse fascine per poi bruciarle!

Certo il lavoro era tutt’altro che finito perché i due amici scoprirono che i roditori che avevano fatto la tana nel campo erano davvero tanti e non potevano permettersi di iniziare la semina con quegli scrocconi dentuti che se ne stavano sottoterra pronti a papparsi i frutti del loro lavoro. Decisero di fargli traslocare con l’acqua…tanto avrebbero dovuto comunque fare delle opere di irrigazione per portare l’acqua in maniera uniforme in tutto il terreno.

E così iniziò un altro duro lavoro a suon di vanga e zappa. I due costruirono una serie di canali che avrebbero irrigato il campo prendendo l’acqua da un laghetto vicino….Qualche volta si zapparono i piedi l’un l’altro; altre volte sbagliarono strada nello scavare. Ma alla fine portarono l’acqua nel campo e i roditori, non gradendo tutta quella umidità,  cominciarono a traslocare.

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Educazione: emergenza o passione?
Educare si deve

Nessuno nasce “imparato”, tutti abbiamo da orientare le nostre molteplici risorse verso un fine buono. Aiutare a compiere questa operazione è educare. E’ una delle tante operazioni formative come socializzare, inculturare, istruire, insegnare, addestrare, assistere, decondizionare, prevenire, animare.

 

E’ talmente necessaria che l’uomo non riesce a vivere se non viene educato alla vita. Sei generato alla vita veramente se sei educato a vivere e l’educazione alla vita è uno di quei beni che non possono essere dati per conquistati una volta per sempre. Questo è un inganno tecnologico molto pervasivo. Si pensa che se sei riuscito a capire tu qualcosa della vita, sia ormai scontato per tutti quelli che verranno dopo di te, che se c’è stato un progresso nel modo di relazionarsi, si possa partire da questo progresso e andare avanti, come avviene nell’economia, nella scienza, nella tecnica. Per costruire le automobili, si fa così, per costruire nuovi cellulari si fa così. Per fare un uomo invece occorre sempre iniziare da capo, non far mancare niente e non dare per scontato niente. Altrimenti si ritorna alla barbarie, all’occhio per occhio dente per dente, alle insulsaggini che riteniamo assurde e impossibili e che spesso hanno i giovani, gli adolescenti, i ragazzi, come protagonisti. L’educazione invece è sempre un compito nuovo per ogni generazione che viene al mondo. Ogni ragazzo si deve costruire strumenti per capire la vita, valori, mete, stili. Dice infatti il Papa: “A differenza di quanto avviene in campo tecnico o economico, dove i progressi di oggi possono sommarsi a quelli del passato, nell’ambito della formazione e della crescita morale delle persone non esiste una simile possibilità di accumulazione, perché la libertà dell’uomo è sempre nuova e quindi ciascuna persona e ciascuna generazione deve prendere di nuovo, e in proprio, le sue decisioni. Anche i più grandi valori del passato non possono semplicemente essere ereditati, vanno fatti nostri e rinnovati attraverso una, spesso sofferta, scelta personale”.

All’educazione allora occorre dedicare un’attenzione qualificata, non perché i ragazzi hanno comportamenti discutibili e appaiono disorientati e superficiali, ma perché ci si rende conto che senza educazione è impossibile crescere da persone umane e, come società, avere un futuro degno dell’umanità.

Se oggi si parla di emergenza educativa è perché si fotografano comportamenti soprattutto delle giovani generazioni molto negativi e che si scostano dal modo comune di vivere e si registra una sorta di impotenza, rassegnazione, disinteresse e autoassoluzione dell’adulto da ogni responsabilità. Non si può allora pensare all’emergenza educativa come un correre ai ripari, né la si può affrontare con i provvedimenti estemporanei con cui si affrontano le emergenze, ma ripensando da adulti alla responsabilità di educare ed elaborando un progetto che sia capace di interpretare questo tempo.

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Martedì 26 Marzo 2019
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