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Il credo dell'animatore.

Riccardo Tonelli

1. Ogni uomo si porta dentro una sua storia. Crede in qualcosa o non crede più a nulla. Questa "fede" condiziona intensamente la sua lettura del reale e i suoi progetti. Noi ci sentiamo dentro una storia più grande di noi. E nostra, ma ci supera e ci convoca. Raccontiamo con la nostra vita questa storia, perché sogniamo che molti altri amici ritrovino in essa ragioni per vivere, per sperare, per impegnarsi, persino per morire. Questa storia è la storia della passione di Dio per la vita dell'uomo. Una storia che si chiama Gesù di Nazareth, Maria, Paolo di Tarso, Francesco d'Assisi, don Bosco, Teresa di Calcutta, Franco, Paola, Ivana, Mario, Pietro... tu, io e tanti altri.

 

2. Trascinati da questa storia, crediamo alla persona di ogni uomo, prima di tutto. Solo la persona è il nostro grande assoluto. Sappiamo che viviamo in una situazione di crisi drammatica e complessa. Sappiamo che la persona è al centro di una trama di relazioni politiche, economiche, culturali, che la condizionano e spesso la soffocano. Sappiamo che non possiamo ritagliarci un'oasi felice, dove non rimbombino i problemi strutturali. La storia a cui crediamo e che vogliamo raccontare ci ha convinti però di un fatto: rendere un uomo felice, restituendogli la gioia di vivere, è una piccola cosa nella mischia delle sopraffazioni, degli intrighi, degli sfruttamenti e delle violenze; ma è cosa tanto grande e affascinante, che vale la pena di perdere la propria vita per perseguirla.

3. Per questo crediamo nell'educazione. E siamo disposti a scommettere sulla sua forza politica e sulla sua capacità di rigenerare l'uomo e la società. Certo, le ragioni della crisi diffusa sono molte e complesse. Richiedono interventi molteplici e articolati. Se l'educazione aiuta a vivere e restituisce quel futuro che è spesso defraudato, essa può far uscire dalla crisi.

4. La nostra scommessa per l'educazione non è un'opzione indifferenziata. Troppo importante è l'uomo e la sua vita, per restare nel generico, facendo finta di ignorare in quanti modelli diversificati abbia preso corpo l'educazione. Per noi educazione è animazione: l'animazione è lo stile con cui si fa educazione. L'animazione non è un capitolo dell'educazione: è invece tutto il suo libro.

5. L'animazione è una antropologia. E cioè un modo di pensare all'uomo, ai suoi dinamismi, ai processi in cui gioca la sua maturazione. Ecco la nostra scommessa sull'uomo, come l'abbiamo scoperta progressivamente nella storia che ci è stata narrata. Ogni uomo è stato fatto capace di autoliberazione. Per autoliberarsi è indispensabile assumere una coscienza riflessa e critica di se stesso, della propria storia, degli altri e del mondo. Questa coscienza riflessa e critica è prodotta, sostenuta, incoraggiata dalla relazione interpersonale e soprattutto da quel modello di relazione educativa e comunicativa che è rappresentato dal rapporto di giovani e adulti.

6. L'animazione è anche un metodo: seleziona le risorse educative disponibili in una istituzione e le organizza scientificamente in un modello di relazione educativa e comunicativa, in una strategia fatta di tempi, di luoghi, di agenti, di processi, di strumentazioni. La scelta antropologica è una scommessa: richiede il coraggio di credere, magari in solitudine, a determinati valori. L'animazione come metodo, invece, viene appresa lentamente e faticosamente nelle "scuole di animazione".

7. L'animazione ha come obiettivo ultimo e globale la grande pretesa di restituire ad ogni uomo la gioia di vivere e il coraggio di sperare. La storia in cui ci siamo trovati immersi, ci ha tatto scoprire in Gesù di Nazaret la ragione ultima, decisiva e irripetibile della nostra vita. L'animazione tende strutturalmente perciò a far incontrare con il Signore della vita. Non intendiamo strumentalizzare l'animazione per l'evangelizzazione, perché l'animazione è, come tutti i processi umani, una esperienza che possiede una sua intrinseca dignità e consistenza. Ma per realizzare meglio l'obiettivo dell'animazione, sentiamo il bisogno di testimoniare, con fatti e parole, la buona notizia che Gesù è il Signore.

8. L'animazione come metodo ha un grosso contributo da offrire anche nell'ambito specifico dell'educazione della fede. Possiamo educare alla fede nello stile dell'animazione. Lo affermiamo perché la scommessa sull'uomo tipica dell'animazione si porta dentro i germi dell'uomo nuovo che è il credente in Gesù Cristo, e perché le sue scelte metodologiche coincidono con quelle che caratterizzano i processi di educazione della fede esigiti dalla teologia dell'Incarnazione. Sappiamo bene che educazione e educazione alla fede non sono la stessa cosa. Esiste perciò un ambito di interventi specifico della fede. In esso l'animazione risulta preziosa ma radicalmente insufficiente. Essa perciò fa spazio all'imprevedibile potenza di Dio, concretizzata nell'azione liturgica e sacramentale della comunità ecclesiale.

9. L'animazione è una funzione che prende il volto concreto e quotidiano di una persona: l'animatore. L'animatore è l'animazione in azione. Animando, egli racconta la sua storia, perché altri come lui ritrovino la capacita di dare tutto di sé perché la vita si allarghi oltre i confini della morte. Per fare questo, l'animatore si qualifica: studia, si prepara, esperimenta e verifica. L'animatore è un tecnico. Egli crede ad un progetto di vita; nel suo lavoro lo fa emergere continuamente. E quindi un militante. L'animazione è l'animatore, tecnico e militante nello stesso tempo.

 
Lunedì 10 Dicembre 2018
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